Nel nome di Gesù

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“Mentre (gli apostoli) lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi”, scrive l’Autore degli Atti degli Apostoli ricordando il momento in cui Gesù è asceso al Padre.

L’episodio dell’Ascensione di Gesù è di fondamentale importanza per san Luca che lo riporta sia a conclusione del Vangelo che all’inizio degli Atti. E in entrambi i casi vi è espressa la promessa del dono dello Spirito santo agli apostoli che permetterà loro di avere forza per essere “testimoni” di Gesù, e in tutte e due le narrazioni si parla di Gerusalemme come punto di partenza con l’aggiunta, nel libro degli Atti, che la testimonianza deve passare per la Samaria e arrivare “fino ai confini della terra”. Quindi ancora una volta la Liturgia ci propone di rispondere alla I Lettura con uno dei Salmi che contengono il messaggio universalistico invitando con una certa intensità, sia di gesti (“battete le mani”) che di parole (“grida di gioia”), ad esaltare il Signore che è il “re di tutta la terra” con un linguaggio teofanico che anticipa la Solennità che celebriamo in quanto annuncia l’“ascendere (di) Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba”.

Mentre stiamo con i cuori elevati a contemplare l’Ascesa di Gesù al cielo, l’Autore della Lettera agli Efesini sembra volerci riportare con i piedi per terra. Il brano è infatti tratto dal cap. 4, capitolo dove l’apostolo Paolo deve dirimere le prime controversie in seno alla comunità cristiana dovute al serpeggiare delle divisioni nonché alla mal distribuzione dei ministeri. E Paolo, ispirandosi anch’egli agli episodi dell’Ascensione e della Pentecoste (v. 8), esorta a collaborare nel rispetto dei vari carismi (apostoli, profeti, evangelisti, pastori, maestri) all’edificazione del “corpo di Cristo” e “all’unità della fede e della conoscenza del figlio di Dio” come a ribadi- re che il ministero di uno si valorizza nella misura in cui davvero gli compete e lo impiega nella e per la comunità. Anche la pagina del Vangelo ci propone il programma missionario in tutta la sua concretezza. Si tratta del finale “lungo” del Vangelo secondo Marco, ovvero di una composizione (probabilmente aggiunta) che esplicita i dettagli della missione che Gesù ha affidato agli apostoli dopodiché “fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”.

La missione viene caratterizzata in modo preciso definendo sia lo spazio geografico (“tutto il mondo”), che i destinatari (“ogni creatura”), che il contenuto (“il vangelo”). E nella scaletta dei doni da distribuire c’è al primo posto il Battesimo, la cui prerogativa è la fede in Gesù. A questo punto, non c’è specificato qualche atteggiamento particolare da mettere in atto perché la fede in Gesù è automaticamente accompagnata da “segni”. Per cui “nel nome di Gesù” quelli che “credono” guariranno i malati nello spirito, si esprimeranno in lingue nuove, faranno prodigi e guariranno i malati nel corpo. Questi “segni” sono effettivamente quelli che si verificheranno successivamente alla Pentecoste e confermeranno la predicazione apostolica con il conseguente sviluppo e diffusione del cristianesimo. Innanzitutto l’Evangelista mette al primo posto la necessità di scacciare i demòni: questa è per Marco davvero una priorità perché il primo miracolo compiuto da Gesù secondo il suo Vangelo è proprio la guarigione di un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao (1,1,21-28). Come è stato per Gesù, anche le prime predicazioni saranno accompagnate dalle guarigioni spirituali palesando così la vittoria della Parola di Dio sul male. Poi si fa menzione del “parlare lingue nuove” (glossolalia), fenomeno questo che ha già i suoi precedenti nell’Antico Testamento. Pietro stesso nella sua prima predicazione ne richiama uno (Gl 3) e in seguito, grazie alle narrazioni degli Atti e di una Lettera paolina (1 Cor) veniamo a conoscere il ripetersi di questo fenomeno finalizzato per lo più alla lode del Signore nonché alla profezia. Segue quindi la garanzia della protezione divina in occasione dei pericoli cui andranno incontro gli apostoli e simboleggiati dalle immagini dei “serpenti” e del “veleno”. Così già il Salmo 91 canta la vittoria del “giusto” che calpesterà “aspidi e vipere” e il profeta Isaia che profetizza l’incolumità di colui che si imbatterà nel covo del “serpente velenoso” (11,8). Al termine Gesù indica una vera e propria ritualità da eseguire sui malati nel corpo: “imporanno le mani ai malati e questi guariranno”.

L’imposizione delle mani veniva eseguita per intenti diversi: per investire un uomo di un ruolo particolare e pubblico (Nm 27,18.23; Dt 34,9), per concedere una grazia (Eb 6,2), per benedire (Mt 19,15), per inviare alla missione (At 6,6; 13,3) e soprattutto per guarire i malati. L’insieme di questi prodigi sono la garanzia dell’instaurazione del Regno di Gesù sulla terra (Mt 11,2s). Considerando che ogni essere umano, quando si avvicina il momento di lasciare questa terra, esprime le volontà più importanti ai suoi cari, in questo programma del “finale” di Marco è ravvisabile il desiderio di Gesù di far pervenire a tutti la Sua Parola affinché “ogni creatura” venga liberata dai legami insidiosi e guarita dal male fisico. E dopo la brevissima narrazione dell’Ascensione, l’Evangelista conclude informando della messa in atto da parte degli apostoli del mandato di Gesù che “confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”. Ed è specificato: “il Signore agiva con loro”. Il Signore è con noi come 2000 anni fa’ lo era con gli apostoli. Ci crediamo davvero? Gli permettiamo quindi di operare “segni” anche attraverso noi?

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Atti degli Apostoli 1,1-11

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 46

SECONDA LETTURA
Lettera di Paolo agli Efesini 4,1-13

VANGELO
Vangelo di Marco 16,15-20

 

AUTORE: Giuseppina Bruscolotti