Nella Pentecoste lo Spirito santo fa irruzione

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In questa domenica di Pentecoste, nella sintesi liturgica del prefazio è espresso uno dei significati della solennità. La Chiesa prega il Padre dicendo: “Oggi hai portato a compimento il Mistero pasquale”.

Un concetto che sembra indicare il raggiungimento di un obiettivo, la fine di un processo. Contrariamente al suo significato lessicale, indica invece la prospettiva verso il fine, quindi orienta, smuove dal torpore, rianima e ci mette in cammino con il “bagaglio leggero” della pienezza dei doni.

L’evento

I brani della Scrittura proposti nella liturgia presentano una concordanza geografica per l’evento della Pentecoste: a Gerusalemme, e la tradizione indica il Cenacolo come luogo dell’evento. Gli stessi testi però sono discordanti per la cronologia; il testo di Atti 2,1 parla sì, del giorno di Pentecoste, ma della festa ebraica, cinquanta giorni dopo la Pasqua, mentre il Vangelo di Giovanni presenta la Pentecoste come unico evento con la Pasqua: “La sera di quello stesso giorno” ( Gv 20,19). Il giorno di Pasqua s’intende, Gesù “irrompe” nel Cenacolo, sciogliendo la paura dei discepoli. Dopo il saluto e il mandato “soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo” ( Gv 20,21-22). La Pentecoste non è quindi una questione di data, ma un evento capace di trasformare con una dinamica creativa la realtà ( Sal 103).

La seconda lettura ci mostra la multiforme potenza dello Spirito che genera diversità senza creare confusione, dando a ciascuno la sua propria identità ( 1Cor 12,4-6). Il risultato è l’uomo nuovo, in perfetta armonia, immagine del Cristo risorto vivente nella storia (v.12).

La tradizione ecclesiale colloca la Vergine Maria nel Cenacolo, nel giorno di Pentecoste, quando l’irruzione dello Spirito riempie la casa. Si manifesta come un vento che si abbatte impetuoso, contestualmente ad un fragore dal cielo ( At 2,3).

Potremmo parlare di una irruzione violenta, capace di distruggere, certamente molto diversa dall’esperienza che Maria sperimenta quando è visitata dall’angelo dell’Annunciazione. Da questo confronto un po’ audace possiamo però cogliere la complessità dell’azione dello Spirito, che è sempre diversa, non facilmente definibile nel suo apparire.

I testi infatti, di solito, usano similitudini per indicare la venuta dello Spirito: “Apparvero loro lingue come di fuoco e si posarono su ciascuno di loro” ( At 2,3) attesta il brano degli Atti degli apostoli .

Ma la simbologia è già evocativa: “lingue” perché quanti sono raggiunti da questa particolare effusione dello Spirito parlino “le lingue degli uomini” affinché ogni persona di ogni etnia e lingua possa comprendere la novità della Pasqua. Un unico evento di salvezza da tradurre in tutte le lingue perché possa essere compreso, da tradurre in ogni tempo perché sia sempre compreso nella perenne novità. Ma un evento che rimarrà sempre dono del Padre per mezzo del Figlio, mai una “strategia umana”.

Fu la stessa azione divina a confondere a Babele il progetto umano di arrivare a Dio, tramite la costituzione di un solo popolo con un’unica lingua. Un progetto opposto al dono che Dio voleva regalare. In realtà, l’uomo voleva arrivare a Dio con le proprie forze, per dire che non ha bisogno di nessuno. Per evitarlo, Dio confuse il progetto degli uomini, attraverso l’incapacità a comprendersi, disseminandoli in ogni dove ( Gen 11,1-9) È la narrazione da cui proviene il significato di Babele, sinonimo di confusione e incapacità a comprendersi, che la liturgia ci fa ascoltare nella celebrazione della veglia di Pentecoste.

Babele e Pentecoste indicano ancora una volta la complessa coerenza dell’azione divina, ma che spesso sconvolge i piani umani. In questo caso si può dire “benedetta confusione”, se crea le condizioni per ripartire sulla via tracciata dallo Spirito.

Un cammino espresso perfettamente nel Prefazio della celebrazione, che fa memoria dell’evento della Pentecoste. Il testo descrive l’azione dello Spirito riversato sulla Chiesa nascente, la quale è inviata a rivelare a tutti i popoli il mistero nascosto da secoli. Il fine di questa azione è riunire i diversi linguaggi della famiglia umana nell’unica professione di fede.

Lo Spirito, così come descritto nei testi biblici e liturgici, continua nel tempo la sua opera nella Chiesa.

Anche oggi, alcune volte lo Spirito sembra devastarla con la violenza del vento, altre volte la “coccola” con la tenerezza dell’amante che continuamente la rende feconda. Alla Chiesa di ogni tempo spetta avere orecchi per ascoltare quello che lo Spirito continua a dirle.

Don Andrea Rossi

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