Le non-colpe della Francia

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di Pier Giorgio Lignani

La perfezione non è di questo mondo, e si potrebbe riempire un’intera pagina con l’elenco dei difetti, dei vizi e delle colpe del popolo francese e dei suoi governanti, passati e recenti. Detto questo, fatti i dovuti confronti, la Francia rimane uno dei Paesi più ricchi, più civili, più equi, più democratici e meglio amministrati nel mondo.

Come italiano contento di essere tale, guardo con un po’ di invidia il buon funzionamento delle istituzioni politiche, amministrative, sociali e giudiziarie della Francia.

Come si spiega allora che da qualche settimana quel Paese sia agitato da una rivolta di piazza (i “gilet gialli”) da far impallidire quelle dell’Ungheria nel 1956 e della Cecoslovacchia nel 1968 contro i Governi comunisti sostenuti dai carri armati russi? Si potrà dire di Macron tutto il male che si vuole, ma non certo che sia un tiranno da combattere con le barricate.

Azzardo una spiegazione. La Francia come l’Italia e tutti o quasi i Paesi dell’Europa occidentale – ha costruito, nell’ultimo secolo, quel modello di Stato che chiamiamo “Stato sociale”, che promette a tutti benessere, sicurezza e giustizia sociale. Le promesse sono state in buona parte realizzate, e ciò ha fatto pensare ai cittadini che realizzare il resto sia non solo doveroso ma anche possibile, anzi facile. Di più: che, se ancora manca qualcosa, dipende solo dalla mala fede dei politici. Quali politici?

Tutti. Da qui la cosiddetta “antipolitica”, che nei vari Paesi europei prende forme e colori diversi, ma con tratti comuni. Disgraziatamente la ricetta dello Stato sociale è in crisi, ma non per colpa dei governanti di turno, bensì perché il mondo intorno cambia velocemente e non ci sono più le condizioni storiche, politiche ed economiche che a un certo punto ne avevano decretato il successo.

Per dirne una, il modello dello Stato sociale attecchisce dove l’economia è in continua crescita. Oggi nel nostro emisfero la crescita è ridotta quasi a zero, anzi c’è chi propone di avviarsi alla “decrescita felice”. Allora bisogna decidersi. Se si vuole la decrescita, si deve rinunciare anche allo Stato sociale; e ai gilet colorati.

1 COMMENT

  1. Si potrebbe anche decidere diversamente: studiare quello che veramente implica la decrescita felice e innovare lo Stato sociale secondo quanto studiato.

    Si, perchè chi approfondisce il tema della decrescita felice, comprende subito e molto facilmente che essa prevede un ben-essere (cioè un welfare) molto migliore dell’attuale Stato sociale che promette (senza più essere in grado di realizzarlo) un tanto-avere che viene spacciato per welfare

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