Pasqua nel mondo. Sussurri di preghiera e grida di allarme

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Praticamente in tutto il mondo, quest’anno le celebrazioni pasquali saranno condizionate dall’emergenza coronavirus. “Sarà una Pasqua – dice il custode francescano di Terra Santa, padre Francesco Patton – in tono minore per ciò che concerne l’apparato celebrativo, ma alla quale non mancherà assolutamente nulla del suo mistero più profondo, che è la risurrezione con cui Cristo ha sconfitto per sempre la morte”. Nei territori amministrati dallo Stato di Israele la pandemia ha provocato finora migliaia di contagiati e decine di vittime. Costringendo le autorità a imporre – tra il resto – anche la chiusura della basilica del Santo Sepolcro.

Le celebrazioni avverranno quindi senza il concorso di fedeli e dei gruppi di pellegrini, tutti cancellati. “Nel corso della storia – aggiunge padre Patton – i cristiani hanno spesso dovuto vivere la Pasqua con il cuore fermo al Venerdì santo. Penso ai tanti nostri fratelli che continuano a vivere ancora oggi la Pasqua in contesti di tensioni e guerre come in Siria e in Libia, per esempio. Ma è proprio in queste situazioni che deve penetrare la luce pasquale, così come negli stati di sofferenza e di morte”.

Le Chiese dell’Asia

Facendo virtualmente un giro per il mondo tramite le informazioni fornite dall’agenzia Fides, si vede come alle diverse latitudini le moderne tecnologie aiutino a seguire i riti della liturgia. Il simultaneo espandersi della pandemia crea pesanti drammi in alcuni territori.

In Asia, il Covid-19 ha colpito più nazioni delle guerre mondiali. La Chiesa cattolica in nazioni quali Filippine, India, Giappone, Indonesia, Myanmar, Malesia, Vietnam, Corea del Sud, Sri Lanka, Bangladesh, invitando i fedeli a “restare a casa”, ha fatto ricorso alla tecnologia per mantenere un contatto, una relazione comunitaria e una pratica di culto in questo eccezionale momento di crisi.

“Questo è un momento per essere uniti come comunità dei battezzati, ritirarsi in preghiera e porsi in ginocchio per pregare gli uni per gli altri”: scrivono le Chiese asiatiche, consigliando ai fedeli di assistere alle celebrazioni religiose in diretta streaming online o via cavo, su reti televisive locali, stazioni radio; hanno intanto potenziato tutti i canali digitali, come i social media, per raggiungere e interagire con i fedeli. La tecnologia comunque non è diffusa in modo omogeneo sul Continente.

Iraq

In Iraq – scrive il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako – i cristiani “non possono celebrare i vari momenti liturgici” a causa dell’emergenza, ma “continuano a pregare nelle proprie case. È viva la speranza che ci sarà il ‘passaggio’ dall’oscurità alla luce, dalla fragilità alla forza, dalle malattie alla guarigione”.

I tanti mali che affliggono il presente – rimarca il Primate della Chiesa caldea – chiamano in causa anche la responsabilità e l’auspicabile autocritica di chi esercita il potere. “L’infezione da coronavirus, le guerre, i conflitti in più Paesi con migliaia di morti e feriti, i milioni di sfollati, le infrastrutture distrutte devono essere per i leader politici del mondo momenti di riflessione che li aiutino a rivedere le loro strategie politiche, correggerle e fornire risposte concrete che rispettino la vita in ogni sua forma e l’ambiente, contrastando l’inquinamento, il cambiamento climatico, e cessando la produzione di armi che generano per se stesse la morte”.

Fedeli in stato di allerta

Dall’Africa un appello particolarmente accorato è giunto dall’arcivescovo di Kinshasa, card. Fridolin Ambongo Besungu. In una Repubblica democratica del Congo in cui non si è ancora dileguato l’incubo Ebola – afferma – “siamo terrorizzati dalla possibile diffusione del Covid-19. Non avremmo né mezzi né soluzioni logistiche per affrontarla, e sarebbe un disastro. C’è forte timore perché il numero dei contagiati sale di giorno in giorno. La mia diocesi è quella più colpita: la maggior parte dei casi si concentra nella Capitale, dove abitano 12 milioni di persone. Temiamo una diffusione anche nella altre aree del Paese. Sui notiziari osserviamo quanto sta avvenendo in Italia, in Spagna, in America, e non osiamo immaginare cosa sarebbe qui, se anche una minima parte di ciò che è successo lì, accadesse da noi”.

Messico

Sull’altra sponda dell’Atlantico, in Messico la Chiesa cattolica ha lanciato un appello alla popolazione perché pratichi la carità e sostenga i più vulnerabili: la crisi economica infatti colpisce i più poveri, quelli che campavano alla giornata.

La Conferenza episcopale messicana ha anche pubblicato un vademecum sul ruolo del sacerdote dinanzi all’emergenza. “Non è il momento – vi si legge – di rilassarci nella nostra vita spirituale. Non ci permettiamo di abbassare la guardia verso questo grande rischio di contagio. Cerchiamo di essere attenti a sapere come prenderci cura di noi stessi. Come essere buoni pastori di tutta la comunità cristiana che Dio ci ha affidato”.

Australia

Una storia particolare arriva dall’Australia. Il Consiglio nazionale cattolico degli aborigeni e degli isolani dello Stretto di Torres chiede ai fedeli di approfittare del periodo di isolamento sociale, volto a contenere l’emergenza del coronavirus, per farsi ispirare dalle parole che Giovanni Paolo II rivolse agli aborigeni e agli isolani nel 1986, perché “il suo messaggio all’epoca suonò rivoluzionario, ma nelle attuali circostanze ci dona speranza e forza, e la consapevolezza di essere una nazione unita contro una minaccia comune”. Disse Wojtyla: “La Chiesa in Australia non sarà pienamente la Chiesa voluta da Gesù finché non avrete portato il vostro contributo alla sua vita, e finché questo contributo non sarà stato accolto con gioia dagli altri”.

D. R.

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