Preti con tratti spirituali umbri

Vocazioni. Inizia da questo numero una serie di riflessioni sulla lettera pastorale dei nostri Vescovi

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La lettera pastorale Preti per l’Umbria di oggi è stata presentata al clero umbro chiedendo, ai preti ma anche ai laici, di aprire un dialogo sulla figura del presbitero e sulla vocazione ‘a farsi prete’. Iniziamo, su queste pagine, ponendo al rettore del Seminario regionale umbro mons. Nazzareno Marconi alcune domande già emerse in questi giorni. Mons. Marconi, cosa c’è in programma dopo questa lettera pastorale? ‘La finalità della lettera era quella di indicare un minimo condiviso, alcune idee ed impostazioni con cui confrontarsi, soprattutto per andare avanti. Ritengo che le linee emerse anche dalla giornata di confronto del 16 febbraio siano soprattutto due: prima di tutto appare la necessità di una riflessione interna ai presbitèri diocesani, per mettere sempre meglio a fuoco l’identikit del prete di cui ha bisogno l’Umbria di oggi. Non si tratta di imporre a tutti lo stesso modello, ma di incoraggiare un confronto che esalta ciò che ci unisce. Soprattutto, i preti debbono rafforzare la coscienza di essere amati da Dio e dalla nostra gente, e perciò continuare con fiducia in un’opera di vicinanza e di annuncio aperto a tutti’. La seconda? ‘Le seconda direzione su cui riflettere riguarda la pastorale vocazionale. È emerso sempre più chiaramente che non si tratta di andare a caccia di preti, ma di educare i giovani alla vita di fede, di curarne la crescita con una direzione spirituale seria e propositiva, di stimolarne il senso di responsabilità verso le necessità della Chiesa e del mondo. La voce di Cristo che chiama è anche e soprattutto la voce di un mondo e di una comunità credente che ha bisogno di preti e di preti generosi, motivati, maturi sia dal punto di vista umano che spirituale. Come si è ricordato, la vocazione è il frutto maturo di un pastorale familiare e giovanile viva ed efficace’. Cosa ci dice del rapporto prete – territorio, così importante da metterlo nel titolo? ‘La lettera dei nostri Vescovi si inserisce in una serie di documenti, citati alla fine di questo scritto, che tratteggiano gli aspetti universali del prete e della pastorale vocazionale; ripeterli sarebbe stato inutile perché tutti possono facilmente trovarli. Perciò questa lettera pastorale è nata come un testo molto specifico, destinato ad integrare questi documenti ecclesiali, definendo ciò che è proprio della nostra terra, della nostra cultura locale, della nostra tradizione umbra’. La connotazione geografica ‘preti per’ non rischia di chiudere l’orizzonte? ‘In un mondo sempre più globalizzato, dove quasi tutti beviamo la stessa bibita inventata in America, usiamo lo stesso telefonino giapponese e così via, il rischio di appiattirci, cancellando le tradizioni e le identità, è reale. Quando questa globalizzazione avviene nel mondo dello Spirito, non si realizza un passo verso l’unità, ma un impoverimento per tutti. Se la Natura richiede che siano preservate le diversità biologiche, come una preziosa ricchezza, anche la vita dello Spirito lo pretende’. Dunque non vede rischio di provincialismo? ‘Il rischio è reale, ma quello che oggi sembra più incombente è l’omologazione, che cancella ogni memoria ed ogni specificità’. Nella lettera sono proposti a modello figure bibliche e i due grandi santi dell’Umbria, che sono, però, dei religiosi. Non ci sono figure di preti”La scelta dei modelli biblici per esemplificare le diverse forme in cui si presentano oggi le vocazioni al presbiterato è stata fatta per mettere in evidenza che quanto accade oggi si inserisce nel grande quadro dell’azione costante dello Spirito nella storia della salvezza, e non deve perciò preoccuparci. I valori e le cautele usati in passato nella Chiesa universale sono validi anche oggi e nella Chiesa locale’. E il riferimento ai santi umbri? ‘Il riferimento a Francesco e Benedetto merita una riflessione un po’ più ampia che possiamo iniziare ad abbozzare. Di fatto la lettera non propone Francesco e Benedetto come dei modelli di prete, ma come due stili umbri di vivere il cristianesimo’. Parliamo di Benedettto. ‘Benedetto visse un tempo che era ancora di prima evangelizzazione delle nostre terre. C’è molto da imparare partendo da un tale modello, per ripensare un nuovo modello di parrocchia ed insieme di parroco. L’abate infatti era soprattutto la guida ed il formatore dei monaci… diremmo oggi, fuor di metafora: dei laici più impegnati chiamati a mettersi a servizio di tutti gli altri credenti. Attraverso di loro evangelizzava tutti, restando per ognuno un punto di riferimento, un centro a cui ricorrere, e dove trovare aiuto, comprensione e sostegno’.E Francesco? ‘La sua proposta potrebbe sintetizzarsi oggi nella parrocchia come famiglia di famiglie, luogo della fraternità aperta a tutti. In un mondo individualista ed efficientista la Chiesa della fraternità, che segue il modello di Gesù fratello di ogni uomo, è la Chiesa della gratuità, dell’accoglienza, della vicinanza, soprattutto fra i preti e fra i credenti. Per i preti di domani questo comporta – senza confondere la propria identità con quella delle comunità dei religiosi – un recupero della relazione fraterna, un valore serio del presbiterio come momento propulsivo della vita diocesana. Luogo in cui insieme si progetta, ci si sostiene e corregge fraternamente sotto la guida del vescovo’.

AUTORE: Maria Rita Valli