Punti nascita: facile a dirsi…

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di Pier Giorgio Lignani

La politica è fatta di questioni apparentemente grosse, in realtà futili: ad esempio, se il Governo italiano debba avere un vice premier piuttosto che due, o nessuno.

E di questioni apparentemente piccole – perché riguardano un numero ristretto di cittadini – ma grosse per i problemi di principio che sollevano. Penso a una questione che mobilita varie città medio-piccole in tutta Italia, Umbria compresa.

La questione della “razionalizzazione” della rete ospedaliera (una voce molto pesante della spesa pubblica nazionale), cioè, in termini più crudi, la chiusura di diversi ospedali minori, o comunque la chiusura di alcuni reparti specialistici; in particolare i reparti maternità, detti anche “punti nascita”.

Perché dico che ci sono grossi problemi di principio? Perché le ragioni che possono consigliare la chiusura di un “punto nascita” non hanno a che fare solo con la spesa e il risparmio, ma anche con il diritto degli utenti di ricevere prestazioni di un certo livello qualitativo. In particolare, conta che la struttura cui l’utente si è affidato abbia la capacità e gli strumenti per fronteggiare le emergenze che si possono manifestare all’improvviso.

Da questo punto di vista, il parto è un caso particolarmente delicato. Quando sono nato io, tanti anni fa, normalmente si nasceva in casa, con l’aiuto di una ostetrica. Qualche volta le cose andavano male, ma nella mentalità comune le disgrazie facevano parte della vita, e si sapeva che gli strumenti erano quelli che erano. Oggi tutte le partorienti vogliono, giustamente, andare in ospedale, e si aspettano di trovare un servizio che garantisca la risposta a tutti i problemi.

Però, su scala internazionale, è stato appurato che un punto nascita deve effettuare non meno di 800 parti all’anno se si vuole che il personale sia esperto e allenato a far fronte agli imprevisti. Le piccole strutture periferiche danno minori garanzie, e non è solo questione di buona volontà.

Affiora così una delle tante contraddizioni dello “Stato sociale”, che si impegna a dare il meglio a tutti i cittadini, ma poi scopre che è tecnicamente impossibile. Ecco il nodo di principio, che non si sa come sciogliere.

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