Un “Indiana Jones” in cerca di arte umbra

Il prof. Nucciarelli setaccia il mondo per individuare opere di artisti umbri

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Alterna l’attività di docente all’Università di Perugia a quella di studioso di opere d’arte umbre e perugine sparse nei vari musei e collezioni private del mondo. Il prof. Franco Ivan Nucciarelli da qualche anno, quasi con fare investigativo, gira per i musei e collezioni di mezzo mondo nel tentativo di tracciare una mappa dell’arte umbra nel mondo. ‘L’idea nacque nel 2001 – ricorda ‘ in occasione di un viaggio a Varsavia, dove ero stato invitato per parlare di un’opera del Pintoricchio. Lì incontrai l’ambasciatore italiano, mio amico, il quale mi raccontò delle peripezie affrontate per recuperare un quadro. Tornato in Italia, cominciai a pensare alla possibilità di dedicarmi a questo tipo di ricerca, anche se mi sono sempre interessato di collezionismo. Quello che volevo scoprire era il percorso attraverso il quale molte di queste opere d’arte sono arrivate nei luoghi dove si trovano oggi e colmare i tanti vuoti. Ma anche un modo per riportare alla luce quella bellezza nascosta presente nei paesini della nostra regione. Bellezza a cui avrei potuto dare maggiore risalto, qualora fossi riuscito a scovare, in qualche museo, opere di qualche artista del quale era conservato qualcosa anche nei nostri paesini’.Nel 2003 inizia la sua collaborazione con il Giornale dell’Umbria, dove ancora oggi tiene una rubrica sull’arte. Oltre 200 articoli. Da qui la proposta da parte della Regione dell’Umbria di pubblicare una serie di volumi. ‘Il primo uscirà tra settembre e ottobre e conterrà la descrizione di 40 opere umbre, la maggior parte delle quali conservate nei musei americani (ma non mancheranno Mosca, San Pietroburgo, Londra, Parigi). Alcune sono già note, di altre invece si erano perse le tracce. La prima parte conterrà anche un saggio introduttivo dove verranno raccontati i principali percorsi d’uscita dall’Italia, soprattutto quelli del commercio antiquario’. Quante opere d’arte sono state portate via dall’Umbria? ‘Difficile dirlo, ma sicuramente centinaia. Già dal ‘600 chiese, monasteri e conventi, per motivi economici, furono costretti a vendere molte opere. La Chiesa stava attraversando seri problemi finanziari, molti monasteri vennero soppressi e il patrimonio finì nelle mani dello Stato o dei collezionisti. Tra gli acquirenti ci fu anche la zarina Maria Alessandra, che si aggiudicò la Madonna Conestabile di Raffaello’. Anche Napoleone, da parte sua, con le sue due campagne italiane contribuì non poco al depauperamento dell’arte italiana. ‘Nel corso della prima, all’incirca tra il 1797 e il 1799 – racconta il professore – periodo in cui era il gusto classico a predominare, prendono il volo verso la Francia soprattutto i capolavori di Raffaello, Perugino, Guido Reni e il Sassoferrato, mentre non vengono toccati i fondi oro e le opere medievali. Nella seconda (primi anni dell’800), resisi conto di quante altre opere ‘minori’ era ricca l’Italia, portarono via molto di più. Solo con la caduta di Napoleone la Francia fu costretta a restituire quello che aveva preso: alcuni capolavori tornarono – spiega -, per altri la Francia giocò d’astuzia restituendo ad esempio la pala, ma non le predelle. Di altri ancora non si seppe più nulla. Chiusi conventi e monasteri, diverse opere, tra cui anche quelle restituite, vennero incamerate dallo Stato. Da qui la nascita delle raccolte civiche e dei musei, come la Galleria nazionale dell’Umbria’. In quali muse isono finiti i capolavoriTante sono le opere d’arte umbre finite oltreoceano: Pintoricchio, Raffaello, Perugino, Bartolomeo Caporali, Fiorenzo di Lorenzo… E poi i primitivi giotteschi, i pittori del Seicento. ‘Non c’è museo grande o piccolo che non possa vantare di possedere una loro opera – dice Nucciarelli – fosse solo un piccolo disegno. E non solo musei di grandi centri come Boston, Philadelphia, Washington, New York, ma anche piccoli come Denver, in Colorado, e San Marino in California. Acquistate dai vari collezionisti, tramite il mercato antiquario, molte opere furono poi vendute o donate ai musei statunitensi’. Ma parte del patrimonio artistico umbro finì anche nei musei d’Europa: Londra, Parigi, Lione, Madrid, Lisbona, Varsavia, fino a San Pietroburgo e Mosca, città che vantano collezioni importanti. Tra queste la più famosa è certamente quella del Louvre, che deve gran parte del suo patrimonio espositivo alle requisizioni napoleoniche. Requisizioni che portarono allo smembramento di tante opere, soprattutto pale d’altare, i cui pezzi hanno trovato spesso destinazioni diverse. ‘Una storia comune a tante altre – racconta Nucciarelli – è quella accaduta alla Deposizione Baglioni, ora Borghese. Realizzata da Raffaello per la chiesa di San Francesco al Prato, a Perugia, nel 1608 fu trafugata in maniera ‘illegale’ dal cardinale Scipione Borghese che la portò a Roma, lasciando a Perugia le predelle. Pezzi che non sfuggirono a Napoleone, il quale decise di portarle al Louvre. Dopo il Congresso di Vienna la Francia fu costretta a restituire le opere d’arte portate via, così le predelle tornarono in Italia, ma il Papa le trattenne in Vaticano’. Sorte toccata a molte altre opere che oggi fanno parte del patrimonio espositivo dei Musei Vaticani. L’unico rammarico è che per vedere un’opera nella sua completezza siamo costretti a girovagare di museo in museo. Così accade per la Pala Colonna di Raffaello, realizzata per il convento di Sant’Agostino in porta Sant’Angelo: la pala centrale si trova al Metropolitan Museum di New York, dove c’è anche una parte della predella. Un altro pezzo è alla National Gallery di Londra, uno all’Isabella Garden Museum, altri due in una collezione londinese.

AUTORE: Manuela Acito