Re e testimone della Verità

Commento alla liturgia della Domenica a cura di Bruno Pennacchini XXXIV Domenica del tempo ordinario Cristo Re - anno B

La liturgia di questa ultima settimana dell’anno liturgico si apre con una visione estatica del profeta Daniele: una liturgia celeste (prima lettura); poi entreremo in un tribunale, dove è in corso un processo (Vangelo); tra i due momenti ascolteremo l’incipit di una lettera, che san Giovanni scrive ad alcune chiese dell’Asia Minore. Nella prima lettura il profeta Daniele racconta una visione avuta in sogno. Vedeva un re molto anziano che indossava vesti bianchissime e bianchissimi erano i suoi capelli e la barba; era seduto su un trono rosso come il fuoco e attorno a lui si muoveva una corte sterminata.

Poi vide arrivare fino al trono, con le nubi del cielo, una figura umana, che egli chiama “figlio d’uomo”. I cortigiani lo presentarono al re, che lo investì del potere regale. Il profeta aggiunge che tale potere non finirà mai, perché non potrà essere distrutto. Quando Gesù chiama se stesso “Figlio dell’uomo” intende riferirsi a questa figura descritta dal profeta Daniele. Anche noi ci riferiamo a questa scena profetica, quando nel Credo proclamiamo: “Salì al cielo e siede alla destra di Dio Padre”.

La seconda lettura, presa dal libro dell’Apocalisse, riporta l’incipit di una lettera che san Giovanni scrisse ad alcune chiese dell’Asia Minore. Come era uso nello stile epistolare dell’epoca, l’autore inizia con l’augurio di “grazia e pace… da parte di Gesù Cristo”, al quale dà tre titoli, vera sintesi della la fede cristiana: “Testimone fedele”, vale a dire: colui che ha reso testimonianza alla Verità a prezzo della propria vita; “primogenito dei morti”, ossia egli è il Risorto, il primo di tutti noi, che a somiglianza di lui, saremo risuscitati dal Padre; “sovrano dei re della terra”, vuol dire che il suo potere è al di sopra di ogni altro potere politico, economico o culturale. Più avanti aggiunge che verrà con le nubi del cielo e tutti lo vedranno, anche quelli che lo uccisero, perché è l’Onnipotente, inizio e fine di tutte le cose. Parole molto vicine a quelle ascoltate nella prima lettura, sebbene siano state scritte in tempi e in contesti storici diversi.

La lettura evangelica ci porta nel mezzo del dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato. In precedenza c’era stata una seduta del Sinedrio in cui era sta decisa la condanna di Gesù. Decisione politica, in realtà già assunta da alcune settimane, quando Caifa aveva detto che conveniva far morire un uomo solo piuttosto che assistere alla distruzione di tutto il popolo da parte dei Romani (Gv 11,50). Ma siccome solo l’autorità di occupazione aveva facoltà di eseguire le condanne a morte, lo condussero dal governatore romano. Pilato vuol sapere da loro di che si tratta. I giudei rispondono genericamente che glielo hanno consegnato perché è un malfattore, che merita la morte. All’interno del pretorio si svolge uno strano dialogo fra Gesù e Pilato, il quale viene subito al dunque: “Tu sei il re dei giudei?”.

Gesù risponde con una contro-domanda, che sembra innervosire il governatore: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. Parlano due linguaggi diversi. Il governatore si muove in un’ottica politica: l’accusato potrebbe essere un pericoloso cospiratore, nemico dell’imperatore di Roma. Inoltre deve difendere la sua posizione e la sua carriera. Gesù non ha nulla da difendere, perché ha già consegnato tutto e il suo regno è di tutt’altra natura: “Il mio regno non è di quaggiù”; se lo fosse, i suoi lo avrebbero difeso. Pilato incalza: “Dunque tu sei re?”. Gesù risponde affermativamente, precisando che proprio per questo è venuto nel mondo: “Per rendere testimonianza alla Verità”. Pilato sembra non avere tempo da perdere con quella che riteneva una questione filosofica e torna fuori a parlare agli accusatori.

Mettendo insieme ciò che le tre letture affermano di Gesù Cristo, possiamo capire il vero significato del titolo di questa domenica: “Solennità di nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo”. Solitamente lo abbreviamo in “Cristo Re”, senza accorgerci della tautologia. Cristo infatti è la forma italiana della parola greca Christòs, che vuol dire “Unto”. L’Unto per antonomasia infatti è il Messia, discendente di Davide e dunque Re. Il titolo completo rende ragione della nostra fede in Gesù “Figlio dell’uomo”, come il personaggio del profeta Daniele; “testimone fedele, primogenito dei morti” come nell’Apocalisse; giudice che verrà glorioso alla fine dei tempi per radunare gli eletti nel suo regno. Con questi appellativi, noi oggi lo riconosciamo nostro Re. Ci gloriamo di appartenere al suo Regno, che è il regno della verità, perché Egli è la Verità. Nessuno di noi può pretendere di possedere la verità, perché essa è più grande di tutti noi. Chi riconosce che Gesù è il Signore, è posseduto dalla Verità e abita in essa.

 

AUTORE: Bruno Pennacchini Esegeta, già docente all’Ita di Assisi

1 COMMENT

  1. mi unisco alle tante persone che apprezzano i commenti che fate sui fatti che succedono nel mondo e il commento alla parola di Dio grazie

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