Dalla vendetta alla giustizia. E oltre

A dispetto delle sue difficoltà di movimento, papa Francesco ha fatto una visita lampo a Venezia, dedicata principalmente al carcere femminile e ad un incontro con quelle detenute. La storia di quella visita, e il suo perché, meriterebbero un commento a parte; ma oggi voglio concentrare l’attenzione su un episodio marginale. Come d’uso in questi casi, una detenuta era stata scelta (ovviamente non dal Papa) per rivolgere all’ospite un saluto e un omaggio a nome di tutte; e il Papa aveva risposto con toni di incoraggiamento e di speranza. Tutto normale, da quando a Natale del 1958 Giovanni XXIII, a sorpresa, fece visita a un carcere, la prima volta per un Papa.

Ma qualche giornalista si è chiesto chi fosse quella donna, ha scoperto che sta scontando una condanna per omicidio volontario, e ha pensato bene di andare ad intervistare i parenti della vittima. Ha trovato un signore il quale ha detto che, con tutto il rispetto per il Papa, lui però non è disposto a perdonare quella detenuta, e che la giustizia non è stata abbastanza severa con lei.

Un classico: ormai non c’è cronaca del processo per un grave delitto che non sia accompagnata dall’intervista ai parenti della vittima e che non dia risonanza alla loro rituale indignazione perché avrebbero voluto pene più pesanti. I giornali in genere sposano questi atteggiamenti, e lasciano intendere al lettore che il compito dei giudici sarebbe quello di dare soddisfazione ai familiari del morto, i quali dunque hanno ragione di protestare se così non è stato. A volte viene il sospetto che qualche giudice si sia lasciato influenzare dal timore di questi commenti.

Invece si dovrebbe ricordare il vecchio detto che la civiltà umana è cominciata il giorno in cui si è stabilito che non spetta ai parenti del morto decidere la pena per l’uccisore; insomma, quando si è imparato a distinguere fra giustizia e vendetta. Nei nostri giorni, però, c’è anche chi va oltre tutto questo; parlo delle iniziative di “giustizia riparativa” (recepite da una legge voluta da Marta Cartabia quando era ministro della giustizia) che consistono nel promuovere l’incontro e la pacificazione, in privato, fra l’autore del reato e la sua vittima (o i parenti di questa), ferme restando le sanzioni legali. In concreto, questo percorso è possibile in casi molto rari, ma qualche volta il risultato si ottiene.

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