Fu “consegnato” per salvarci

Commento alla liturgia della Domenica a cura di Bruno Pennacchini XXV Domenica del tempo ordinario - anno B

Domenica scorsa abbiamo lasciato Gesù con il gruppo dei discepoli ai piedi del monte Hermon, all’estremo nord del territorio; oggi lo incontriamo di ritorno, che attraversa la Galilea, in direzione del lago di Tiberiade. Marco sottolinea che cercava di farlo in incognito, perché stava istruendo i discepoli su qualcosa di molto riservato (Mc 9,30). Parlava loro infatti, per la seconda volta, della propria morte e risurrezione. Tuttavia, rispetto a come aveva fatto la prima volta, pochi giorni prima, aggiunse un particolare shockante: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ad uomini…”.

Gli studiosi fanno notare che qui la forma passiva del verbo “consegnare” suppone che il soggetto agente sia Dio Padre. Il Padre “consegna” suo Figlio agli uomini, per salvare l’Uomo. Con questa sottolineatura, l’evangelista ci introduce discretamente nella vicenda misteriosa della Passione. Il brano del libro della Sapienza, che la liturgia ci propone oggi come prima lettura, la anticipa profeticamente: “Condanniamolo ad una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà” (Sap 2,20). E il soccorso gli venne, quando il Padre lo risuscitò dalla morte. Marco nota che i discepoli non capivano quel discorso e avevano timore di interrogarlo sull’argomento.

Sembra abbastanza chiaro che, mentre da una parte non capivano, perché era tutto troppo fuori dai loro schemi mentali, dall’altra preferivano non approfondire. Qualche giorno prima (8,34) ricordavano di averlo sentito dire che se qualcuno voleva andare con Lui, doveva prendere la propria croce e seguirlo. Adesso questo discorso del “consegnarsi” sembrava veramente eccessivo. Meglio, appunto, per il momento, non approfondire. (Non è forse anche il nostro modo di comportarci? Quando sospettiamo che un discorso rischia di metterci troppo in discussione, preferiamo soprassedere). I discepoli capiranno tutto dopo la Risurrezione e la Pentecoste; dopo cioè che lo Spirito santo avrà aperto la loro mente alla novità del Regno: allora lo seguiranno fino in fondo.

La scena successiva si svolge a Cafarnao, territorio di confine fra il mondo giudaico e quello pagano; e proprio per questo adottata da Gesù come “quartier generale” della sua evangelizzazione. Aveva anche una casa, dove era ospite: quella di Simon Pietro (casa che gli archeologi hanno ritrovato). È lì che si fermano dopo la traversata della Galilea superiore; che non avevano certo fatto in silenzio. Gesù domanda: quale era l’argomento di conversazione lungo la strada? Scena muta. Marco precisa che lungo la strada avevano discusso su chi fosse il più grande. Non era raro, all’epoca, che in conversazione, a tavola, a passeggio… si discutesse su chi fosse il più degno di onore, chi dovesse avere la precedenza nei banchetti, in sinagoga, nelle processioni; a chi toccasse svolgere determinati servizi e chi invece avesse diritto di essere servito. I discepoli condividevano il modo di vedere corrente, di ieri e di oggi: la competizione. Da essa nascono rivalità, e violenza.

Le disgrazie dell’uomo spesso si generano dal confronto: quando considera se stesso superiore all’altro, ecco l’orgoglio; quando si considera inferiore, ecco l’invidia. Questo avviene sul piano individuale, sociale, internazionale. L’esigenza di essere comunque il numero uno, nel dominare il mercato, controllare l’economia, avvelena la vita dell’umanità, con un numero incalcolabile di vittime. I discepoli altercavano per sapere chi fosse il primo fra loro: si muovevano nella logica della competizione, come schiacciare l’altro; mentre Gesù stava parlando del suo arresto, della sua morte, della sua risurrezione. Veramente non potevano capire. Gesù capovolge integralmente l’ottica: “Se qualcuno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Discorso sovversivo e rivoluzionario, che purtroppo siamo abituati ad ascoltare come parola incomprensibile e impraticabile. È pur vero che è entrata nel linguaggio corrente; ma solo dopo essere stata depurata della sua portata scandalosa. I governanti di un Paese, ad esempio, si fanno chiamare “ministri”, che alla lettera vuol dire “servitori”; perfino il Papa nei documenti ufficiali aveva il titolo di “Servo dei servi di Dio”. Non così Gesù, che più tardi ratificherà le sue parole con scelte concrete e coerenti. Lui, il primo, si farà realmente l’ultimo di tutti; entrerà a far parte della schiera delle vittime di un sistema oppressivo. Gesù riassume nella sua persona tutti coloro che sono sacrificati alla ragion di Stato, alla fame di prestigio e di ricchezza. Possiamo riconoscerlo in tutti gli esclusi, gli indifesi; in tutti quelli che non contano per il mondo, ma contano davanti a Dio.

 

AUTORE: Bruno Pennacchini, Esegeta, già docente all’Ita di Assisi