Le 300 nostre sorelle rapite in Nigeria

Per fare in modo che l’enciclica Fratelli tutti non si trasformi in una poesia dal vago sapore evangelico, o in una profonda aspirazione irrealizzabile, dovremmo ripetere ogni volta la stessa pratica. Di fronte alle situazioni di dolore che si vivono, anche lontano da noi, riuscire a concentrarci e considerare che questo sta succedendo a “mio fratello”, o magari anche a un padre, una figlia, una nipote… Se fosse così, certo non ci volteremmo dall’altra parte e non ci daremmo pace fino a quando non si trovasse una soluzione. E di fronte all’irreparabile, avremmo ferme parole di condanna, ci adopereremmo perché a nessun altro possa cadere sulle spalle lo stesso macigno di sofferenza, solleciteremmo le istituzioni, le autorità, i Governi a intervenire in maniera risolutiva. Soprattutto, piegheremmo le ginocchia per far sì che anche le lacrime diventino preghiera. Vi invito a fare almeno qualcuna di queste cose per le studentesse rapite in Nigeria (e liberate quando stiamo per stampare il giornale).

“Unisco la mia voce a quella dei vescovi della Nigeria – ha detto Papa Francesco al termine dell’Angelus di domenica scorsa per condannare il vile rapimento di 317 ragazze, portate via dalla loro scuola, a Jangebe, nel nordovest del Paese. Prego per queste ragazze, perché possano presto tornare a casa”. Una preghiera che stavolta è stata ascoltata.

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