È ora di svegliarsi!

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Don Andrea Rossi

Da questa settimana, a scrivere per noi il commento alla Parola di Dio domenicale sarà don Andrea Rossi. Nel salutarlo con affetto, ospitando il suo primo contributo, ringraziamo Giuseppina Bruscolotti che ci ha aiutato a meditare i due Testamenti in questi ultimi anni.

Qualche nota biografica su don Andrea Rossi. Nato a Orvieto il 19 gennaio 1968, fin da giovanissimo è stato particolarmente attivo nella vita ecclesiale e sociale del suo paese di origine, Baschi, dove è stato anche consigliere comunale (oltre che un ottimo giocatore di calcio!). Consegue il diploma in Ragioneria ed esercita la professione fino all’età di 28 anni, quando decide di entrare in Seminario.Il 29 giugno 2002 viene ordinato sacerdote da mons. Decio Lucio Grandoni.

Presso il Seminario regionale di Assisi è anche stato per due volte vice rettore, molto stimato dai seminaristi e responsabile propedeutico, mentre nella diocesi di Orvieto-Todi ha diretto per diverso tempo gli uffici di Pastoralegiovanile e vocazionale. Molto importanti nel suo cammino umano e spirituale sono sicuramente stati la missione della Chiesa di Orvieto-Todi in Albania, alla quale ha partecipato con zelo ed entusiasmo più volte, e l’Azione cattolica, di cui oggi è assistente unitario sia a livello diocesano che regionale.

Attualmente vive a Collepepe insieme al giovane sacerdote don Lorenzo Romagna. Ai due presbiteri è affidata la guida di sei parrocchie: Collepepe, Collazzone, Gaglietole, Ripabianca, Casalalta-Canalicchio ed Ammeto. Don Andrea è anche moderatore dell’Unità pastorale San Cassiano e vicario foraneo del Vicariato di San Terenziano. Dal dicembre 2013, il vescovo Benedetto Tuzia lo ha nominato presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero; ruolo da subito svolto con competenza e con notevole impegno, lo stesso che sempre profonde in ogni ambito del suo ministero presbiterale.

L’inizio dell’Avvento è preceduto da alcuni gesti: il cambio del volume del breviario, la sostituzione del lezionario, la ricollocazione delle “strisce di stoffa” del messale sul “Proprio” della celebrazione e dei prefazi specifici. Gesti semplici, pratici, forse banali, che non richiedono, per la loro strumentalità, una particolare riflessione. Eppure ci consentono di riaprire l’orizzonte sul significato del tempo. Il tempo nuovo che ci propone la liturgia e, con un po’ di attenzione, anche un esame di coscienza sul tempo trascorso.

Ogni anno ci troviamo a celebrare l’Avvento: una ripetitività alienante che spinge a trovare surrogati di straordinarietà, o consapevolezza dell’attimo che segna il presente in modo unico e irripetibile? Un “eterno ritorno” o un incedere fatto di tornanti che ci portano alla sommità dell’eternità?

Il Vangelo di Matteo, che ci accompagnerà per tutto questo anno liturgico, ci mostra attraverso le parole di Gesù, narrandoci fatti passati, come nella quotidianità eventi straordinari segnano il presente e ipotecano il futuro: “Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti…”.

L’attenzione sul momento contingente non chiude lo sguardo sul presente, ma, a partire dalla situazione concreta della vita, il profeta ci insegna – guidati dallo Spirito – che è possibile allargare lo sguardo sul futuro, addirittura squarciare il velo che ci separa dall’eternità.

“Alla fine dei giorni”: così il testo del profeta Isaia ci introduce nel tempo di Avvento e dà senso a un’attesa che va oltre il contesto storico – il suo e del popolo d’Israele – , ma nello stesso tempo anche al nostro attendere, perché la liturgia ha questa potenza.

La parola del profeta risuona con parole simili anche in Michea 4,1-5: “Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e si innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno i popoli”.

Una visione rivelativa che un altro veggente svilupperà in altro libro biblico: l’ Apocalisse, dove la persecuzione cristiana non genera disperazione, e la testimonianza rivela una piena e totale identificazione con Cristo.

È un altro testo fondamentale per misurare la qualità della nostra vita di fede, che attraverso continue sovrapposizioni di immagine ci dà il senso e il fine della storia.

Le nostre attese, le nostre speranze hanno una prospettiva nella fede che appaga le nostre aspirazioni di pace, di giustizia, perché solo il Signore sarà il giudice, e solo la sua giustizia è foriera di pace – così ci indica ancora Gesù in questa pagina di Vangelo. La qualità del nostro attendere dipende dalla qualità di ciò che attendiamo e da quanto siamo disposti a lottare per costruire il futuro già scritto dalla vittoria di Cristo.

LA PAROLA della Domenica

PRIMA LETTURA
Dal libro del profeta Isaia 2,1-5

SALMO RESPONSORIALE
Salmo 121

SECONDA LETTURA
Dalla lettera di Paolo ai Romani 13,11-14a

VANGELO
Dal vangelo di Matteo 24,37-44

C’è una visione in Isaia che ci fa sognare: un cammino di popoli disposti a uscire dai propri egoismi, in cui le identità non si trasformano in un grigiore indistinto, ma rendono visibile tutte le cromie della creazione, e in cammino ricercano la pienezza, coerente con il progetto dell’inizio, ma che la storia ha deviato. Camminando sui sentieri del Signore, si riscoprono figli di un unico Padre.

La pace diviene allora non solo un progetto ma il dinamismo trasformante la realtà stessa: ciò che è servito per la guerra si fa strumento di equità, perché tutti abbiano il necessario raggiungendo la giustizia, condizione indispensabile per la pace. Un dono, e nello stesso tempo una conquista.

Un dono da chiedere, che non ci esime dall’essere costruttori di pace. Una conquista che richiede una disponibilità alla lotta, nell’umile atteggiamento del mite che non si piega, ma è disposto a pagare di persona per realizzarla. Dalla visione di Isaia all’imperativo di Paolo di “svegliarsi dal sonno”, motivato dalla prossimità della salvezza. Il passo sembra breve, per sottolineare che l’avvicendarsi dei giorni avvicina al momento dell’incontro con il Signore, di cui non si conosce l’effettiva realizzazione. Nessuno conosce il tempo e l’ora, ma è certo che verrà.

Da qui l’invito alla prontezza che ci rivolge il Vangelo, come il padrone che non conosce l’ora in cui il ladro “visiterà” la sua casa. Dalla similitudine alla realtà, Paolo ci invita a “comportarci onestamente, come in pieno giorno”, alla luce del sole, perché le tenebre sono il luogo del male dove impera il signore delle tenebre.

Ma noi siamo “figli della luce”, chiamati a rinnegare le tenebre perché abbiamo conosciuto colui che è “Luce da Luce”, venuto nella carne. Lo attendiamo nella sua seconda venuta, e lo contempliamo e lo accogliamo ora nel sacramento della sua presenza: quella liturgica, e soprattutto in coloro che lo rivelano nella povertà della condizione umana, verso i quali ogni cosa che facciamo l’abbiamo fatta a Lui.

Don Andrea Rossi

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