Come andrebbe fatta la confessione

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Tra i sacerdoti c’è chi confessa in confessionale, chi in altro luogo, chi dopo il segno di croce non premette una parola alla confessione dei peccati, chi invece utilizza qualche parola, forse una formula. Come è meglio fare?

Ci troviamo di fronte a un sacramento che talvolta a livello rituale assume connotati di estrema brevità, come nessun altro sacramento sembra avere. Da una parte, è vero che la dinamica rituale rispetto alle altre celebrazioni del settenario sacramentale risulta più breve e meno complessa; dall’altra, però, talvolta il sacerdote approfitta della dicitura “con queste o altre parole simili” o “secondo l’opportunità”, presenti nelle indicazioni del rito (rubriche), per saltare tranquillamene le parti non reputate essenziali per la validità del sacramento, pensando che la brevità paghi.

Ora, vista la sintesi richiesta in questo articolo, concentreremo l’attenzione sul “rito per la riconciliazione dei singoli penitenti”, ricordando però che il rituale promulgato nel 1973, troviamo anche altri due riti: il “rito della riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale” (un rito penitenziale inserito nella celebrazione della parola di Dio), e il “rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale” (in Italia, non ammessa).

Possiamo dire che il rito, nella sua forma ordinaria, si apre con l’accoglienza del penitente; continua con la liturgia della Parola, segue poi la confessione dei peccati e l’accettazione della penitenza, la preghiera del penitente e l’assoluzione, e si conclude con il rendimento di grazie e il congedo.

Già dall’accoglienza del penitente il rito sottolinea la sua dimensione di riconciliazione, facendo in modo che il fedele sia accolto con bontà e con parole affabili; l’atteggiamento del padre misericordioso nella parabola lucana (Lc 15,11-32) è di grande insegnamento per noi sacerdoti.

Può seguire poi la lettura della Parola in cui si ricorda la misericordia di Dio e si rivolge al penitente l’invito alla conversione. I diversi brani suggeriti dal rituale sono brevi e sottolineano alcuni temi biblici che hanno a che fare con il sacramento che si sta celebrando, nella consapevolezza che sempre, in ambito liturgico, quando si leggono le Scritture è Dio stesso che parla al suo popolo.

Segue la confessione dei peccati in cui “il sacerdote aiuta, se necessario, il penitente a fare una confessione integra, gli rivolge consigli adatti e lo esorta alla contrizione dei suoi peccati, ricordandogli che per mezzo del sacramento della penitenza il cristiano muore e risorge con Cristo, e viene così rinnovato nel mistero pasquale” (Rito della penitenza, n. 44).

Il sacerdote poi propone un esercizio di penitenza come medicina che cura la ferita inferta con il peccato alla relazione con Dio e con i fratelli, mirando a riparare le dimensioni nelle quali il penitente ha mancato. Il rito continua con la preghiera del penitente che manifesta la sua contrizione.

Un esempio lo abbiamo nell’ “Atto di dolore”. Segue poi l’assoluzione, per la quale ci riserviamo il prossimo articolo per commentarne la formula. Infine si rende grazie a Dio e si congeda il penitente con semplici formule che evidenziano ciò che si è vissuto nel sacramento celebrato: il perdono dei peccati.

Don Francesco Verzini

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