Giovedì santo. In quella Cena si dà valore ai piedi

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Il Giovedì santo si celebra l’istituzione dell’eucaristia e del sacerdozio. Allora perché il Vangelo del giorno non ne parla?

Sul far della sera del Giovedì santo le comunità cristiane si ritrovano – o così avveniva: quest’anno farà probabilmente eccezione – nella propria chiesa parrocchiale insieme ai presbiteri che lì svolgono il ministero, per dare inizio al Triduo pasquale con la celebrazione della messa in Coena Domini (la Cena del Signore).

In questa celebrazione si canta il Gloria, che non era più stato cantato dall’inizio di Quaresima, e si suonano le campane, che non suoneranno più fino alla Veglia pasquale, per sottolineare lo spirito con il quale si celebrano gli ultimi istanti di vita del Signore Gesù, che culmineranno con la sua risurrezione.

Attraverso i testi liturgici e i riti che vi si compiono, sono sottolineati due temi preziosissimi per la comunità cristiana: l’istituzione dell’eucarestia e del sacerdozio ministeriale.

Potremmo immaginare che nella messa in cui si fa memoria dell’Ultima Cena del Signore il testo scritturistico di riferimento sia uno dei racconti d’istituzione riportati dai Vangeli sinottici (Mt 26,17-29; Mc 14,12-16; Lc 22,14-20), invece il Vangelo proclamato è sì della Cena del Signore, ma preso da Giovanni (13,1-15), nel quale si riporta la lavanda dei piedi. Uno dei racconti d’istituzione dell’eucarestia viene comunque proclamato: la seconda lettura è tratta dalla Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (11, 23-26), nella quale troviamo il testo più antico dell’istituzione.

È significativo però il fatto che nel giorno in cui i temi portanti della liturgia sono l’eucarestia e il sacerdozio ministeriale, la Parola e il rito che focalizzano l’attenzione sono la lavanda dei piedi. Non solo si proclama il brano giovanneo, ma, dopo l’omelia, ha luogo l’attualizzazione di ciò che era narrato nel brano.

Il significato del gesto spiegato da Gesù

È come se queste due cose – Parola proclamata e rito della lavanda dei piedi – ci offrissero la chiave di lettura per interpretare i temi portanti della celebrazione. Anzi, è Gesù stesso a consegnarci la chiave interpretativa, quando, terminata la lavanda dei piedi ai suoi apostoli, chiede: “Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,12-15).

Talvolta sono i sacerdoti stessi a dover ri-comprendere che l’Ordine non può essere inteso solo come l’ingresso in un ordo sacro, ma si viene ordinati a servizio del popolo di Dio. Su questo punto, il gesto rituale della lavanda dei piedi invita ogni anno a ripensare che la nostra vocazione è di essere “Chiesa del grembiule”, per utilizzare le celebri parole di don Tonino Bello.

È la stessa eucarestia – che continuiamo ad adorare a fine celebrazione nel Giovedì santo – a ‘dirci’ che il Signore Gesù si è sacrificato per noi, e così tutto il popolo di Dio, ministri ordinati e non, ha questa comune vocazione: “Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 12).

Don Francesco Verzini

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